Rrjetet e xhihadistëve në Kosovë, Shqipëri e Maqedoni janë të mire organizuar dhe përbëjnë furnizuesit kryesor me militante në luftën e Sirisë. Në një shkrim të gazetës italiane “La Stampa”, me titull “Propaganda dhe rekrutime, Shqipëria udhëkryqi i xhihadisteve”, reporteri Lorenzo Vidino i te përditshmes ne Uashington, thekson se xhihaditet me kombësi shqiptare përbëjnë shqetësimin më të madh të agjencive antiterroriste ne Evropë, Amerikë dhe Lindjen e Mesme. Gazetari italian e përcakton islamin shqiptar të një lloji të veçantë, ndërsa e cilëson atë si një besim “Made in Albania”, që ofron nje model tolerance. Por ndihmat humanitare nga shoqatat e bamirësisë nga Arabia Saudite e Kuvajti gjate viteve ‘’90, financimi për ndërtimin e xhamive dhe bursat në shkollat fondamentaliste të gadishullit arabik ka krijuar një brez imamësh, një pjesë e të cilëve janë radikalizuar. Ai thekson se prirjet radikale ranë në pah gjatë thirrjeve për shtetin islamik të Sirisë dhe Irakut.
“Me shume se 20 vjet nga rënia e komunizmit, mobilizimi për në Siri solli në dritë problematika të reja. Luftëtarët e huaj me kombësi shqiptare, të gjithë militantë të shtetit islamik të organizatës Al Nusra përllogariten rreth 1 mijë, 900 nga Kosova dhe 150 nga Shqipëria dhe rreth 50 të tjerë shqiptarë të Maqedonisë. Rrejti i tyre është i sofistikuar. Ato janë celula që funksionojnë shumë mirë në nivel lokal, të financuar mire dhe të armatosura, me lidhje të forta vëllazërore, çka e bën të pamundur penetrimin në to. Forcat e rendit shpesh herë, të privuara me mjetet dhe të akuzuara për korrupsion, bëjnë ç’të munden në Shqipëri. Ato janë më efikase se policia në Kosovë e Maqedoni”.
Në këtë shkrim të “La Stampës”, evidentohet operacioni i policisë shqiptare në mars të 2014-es që solli shkatërrimin e rrjeti të mirëorganizuar të rekrutimit të militantëve islamik, me dy imamët Bujar Hysa dhe Genci Balla. Ata propogandonin për shtetin islamik, rekrutonin dhe dërgonin xhihadiste per te luftuar për krijimin e tij në Siri dhe Irak.
Vizion Plus
—————————————————————-

http://www.lastampa.it/
Dopo la Libia, il pericolo Balcani: per l’Italia si apre un nuovo fronte
Nel solo Kosovo ci sono 900 foreign fighters e oltre cento hanno combattuto in Siria Timori per le rotte dell’immigrazione. Nel 2015 il Viminale ha espulso 65 estremisti
andrea malaguti
ROMA
Non solo la Libia e la Siria. Il nuovo fronte anti terrorismo per l’Italia si apre ad Est. E il pericolo si chiama Brigate dei Balcani.
A dirlo sono i rapporti dell’intelligence. Dal primo gennaio al 31 dicembre del 2015 l’Italia ha espulso 65 immigrati, clandestini o con permesso di soggiorno, perché accusati di terrorismo. Sessantacinque uomini e donne, abituati a ragionare secondo la logica dell’infelicità, che preparavano attentati utilizzando il nostro Paese come base operativa. Terroristi che sarebbero partiti da qui per seminare il terrore in giro per l’Europa. Improbabili campioni di stanca e inespressiva umanità che esibiscono la propria intransigenza come se fosse una virtù. È il caso dell’ultimo degli espulsi, il marocchino Adil Baamarouf, prelevato la scorsa settimana a Monselice e rispedito a Rabat perché intenzionato a vendicare il mondo arabo «oppresso dagli attacchi statunitensi e dell’unione europea contro l’Isis». Un lupo solitario, forse. Diverso dai clan sempre più organizzati e ideologizzati che si moltiplicano nel cuore dei Balcani, dove l’avanzata dell’Islam wahabita si fa di giorno in giorno più significativa e preoccupante.
IL NORD AFRICA
Se dalla Tunisia e dal Marocco è arrivato il maggior numero di terroristi accompagnati fuori dai confini, il dato che colpisce di più nelle statistiche del ministero dell’Interno è quello legato ai combattenti albanesi (3), kosovari (5), rumeni (1) e macedoni (2). Le Brigate Balcaniche che moltiplicano la propria forza e la propria influenza e che – dopo i combattenti che arrivano dall’Africa del Nord – diventano il secondo fronte di penetrazione jihadista verso l’Italia.
Il 10 dicembre, al forum dei Paesi del Mediterraneo, il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, sostenne che la prima linea della politica estera italiana sono le periferie, sottintendendo che – evitando di soccombere alla tentazione penitenziale di rinunciare a noi stessi per espiare i sensi di colpa – il punto non è più quello di coesistere, ma innanzitutto di convivere.
Quindi sottolineò «l’allarme Albania». Lo fece parlando di fronte a re Abdallah di Giordania, uno dei suoi principali referenti mediorientali, che integrò il pensiero del premier dicendo: «O ci solleviamo assieme o cadiamo assieme». A tre settimane da quell’incontro, fonti diplomatiche arabe confermano che «la Giordania è uno dei Paesi più preoccupati dell’emergenza Kosovo-Albania». Che cosa succede, dunque?
LE FORZE NATO
I report delle forze Nato Kfor spiegano che solo in Kosovo sono presenti 900 foreign fighters, la percentuale pro capite sulla popolazione più alta in assoluto. E secondo la polizia di Pristina sono almeno 120 i jihadisti che hanno fatto ritorno nel Paese dopo avere combattuto per lo Stato Islamico in Siria e in Iraq dal 2011 ad oggi. Simili gli scenari albanese e bosniaco dove l’incitamento al terrorismo e il reclutamento sono il motivo costante del lavoro degli imam radicali. Una fotografia che preoccupa la nostra intelligence per due ordini di motivi: il numero sempre più considerevole dei combattenti e il fatto che Daesh abbia concesso loro di tornare a casa. Possibilità che si verifica solo se il lavoro di questi foreign fighters perennemente guidati da una virilità fanatica e irascibile è terminato. Oppure se ne deve cominciare uno nuovo. Altrove. E nessuno è in grado di escludere che quell’altrove sia qui. A Roma, a Parigi, a Firenze o a Londra. La nostra intelligence, che ha garantito un 2015 senza incidenti, sa che alla prossima ondata migratoria, quando Ungheria e Croazia chiuderanno i confini, la nostra soglia di attenzione dovrà essere ancora più alta.
Ma la riservatezza che finora ha accompagnato le espulsioni e la relativa cooperazione con le nazioni di provenienza (abbiamo accordi di reciprocità con Tunisia, Marocco, Pakistan, Albania, Kosovo, Egitto, Macedonia e Romania) è la spia di una rete di relazioni di intelligence nel Mediterraneo che costituisce la linea di difesa esterna della sicurezza italiana. Al momento funziona. Sapendo che la musica della civiltà comincia sempre con un ritmo lento e generalmente tempestoso.


Leave a Reply